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    Lunedì, 04 Settembre 2017 10:14

    Cesena, è arrivata la cimice asiatica. "Devasta gli alberi da frutto"

    Il più recente tra gli spauracchio dei produttori agricoli è arrivato anche nei campi cesenati e forlivesi. Era previsto. Contro la cimice asiatica, del resto, ci vogliono ben altro che gli scongiuri.

    Lo sanno bene gli oltre cento, fra tecnici, ricercatori e produttori ortofrutticoli emiliani e romagnoli, che ieri si sono dati convegno tra le coltivazioni ortofrutticole di Campogalliano, Modena (dove l’intruso è stato individuato per la prima volta cinque anni fa) per arginare l’ennesimo flagello.

    E purtroppo la cimice asiatica è di bocca buona. «Punge e succhia oltre trecento specie botaniche – dice Lara Maistrello, ravennate, ricercatrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che l’ha individuata per prima – tra cui olivo, vite, peschi, albicocchi, meli e peri, ma anche orticoli come pomodori, e dove arriva il suo pungiglione il prodotto cessa di svilupparsi». Per i pescheti romagnoli, già messi in ginocchio dalla concorrenza spagnola, è una pessima notizia. Ma lo è anche per gli impianti di albicocche, che in parte li hanno sostituiti.

    «Quasi tutto il nord Italia presenta questa cimice – spiega Lara Maistrello –, benché l’area più colpita sia individuabile tra Reggio Emilia, Modena e Bologna». Da dove arriva questo flagello sotto forma di brutta cimice grigiastra? «Ci troviamo in presenza di fenomeni invasivi differenti tra loro quindi originari di Paesi diversi». Arrivano qua nei modi più disparati. «Qualche tempo fa – dice l’entomologo cesenate Claudio Venturelli, che ha raccolto l’insetto nei nostri campi già un anno e mezzo fa – mi è capitato di vederne degli aggregati in una stazione. Ciò significa che possono coprire grandi distanze viaggiando anche con i treni».

    «Ma arrivano anche nei container e negli imballi – aggiunge Lara Maistrello – svernano andando in letargo e si svegliano a primavera. E cominciano a mangiare». Ovviamente sono già in atto misure di contrasto (benché non ci siano oggi strumenti decisivi data la novità della sua presenza), attraverso un progetto iniziato nel 2016 coordinato dal nostro Crpv, ossia il Centro per le ricerche sulle produzioni vegetali di via dell’Arrigoni: sostanze chimiche, studio della biologia dell’insetto per individuarne le fragilità, trappole, allevamento di imenotteri che li parassitizzano e li uccidono, reti anti insetto. E intanto si fa la conta del peso con cui, questo ennesimo flagello, incide nella crisi della nostra frutticoltura.

     

    Fonte: ilrestodelcarlino.it

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