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    Venerdì, 16 Aprile 2021 12:04

    Ismea, ortofrutta: su 100 euro spesi, solo 6 restano ai produttori

    Su cento euro venduti di prodotti ortofrutticoli freschi (non trasformati), al produttore ne rimangono solo 7,7 al netto dei salari (6 euro/per cento) e degli ammortamenti (10 euro). A lanciare l’allarme Cia agricoltori, dopo la presentazione di uno studio Ismea sul valore dell’ortofrutta.

    Secondo i dati elaborati da uno studio Ismea, in Italia, su 100 euro spesi dal consumatore in frutta e verdura solo 6 finiscono realmente nelle tasche dei produttori. Il resto va al settore del commercio e della logistica, che complessivamente hanno una marginalità di 18,2 euro (al netto di salari, 16,7 euro e degli ammortamenti, 4,3 euro), e ad altri settori, come quello dell’intermediazione, che registra una marginalità netta del 6,4 euro/percento.

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    Senza considerare i prodotti agricoli trasformati, per i quali il margine per gli imprenditori nei campi è ancora più risicato e spesso non supera nemmeno i due euro. Difatti, se nel settore dell’ortofrutta fresca, su cento euro di prodotto, rimane al produttore solo il 7,7%, nel settore dell’ortofrutta trasformata, questa cifra si abbassa ancora di più, fino all’1,9 per cento/euro contro il 12,6% della marginalità del mondo del trasporto e della commercializzazione di prodotti industriali e il 6,3% degli altri settori.

    Eppure, stando ai dati Ismea, il business dell’ortofrutta italiana vale 15 miliardi di euro, un quarto di quello agricolo in generale. D’altra parte, solo una percentuale minima di tale cifra rimane poi effettivamente in mano all’attore principale del settore. All’imprenditore agricolo, infatti, restano 1,2 miliardi di euro circa.

    Senza dubbio, tra le cause di questa iniqua distribuzione del valore lungo la catena di distribuzione ortofrutticola, è da annoverare una mancanza di aggregazione nel tessuto produttivo italiano. La deperibilità, i costi esterni legati a energia, packaging e trasporti, la complessità delle rela­zioni tra gli attori, la frammenta­zione della filiera e la difficoltà ad attuare strategie condivise di sistema sono tutti fattori che condizionano negativamente l’acquisizione del giusto reddito per i produttori ortofrutticoli.

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    La fotografia scattata da Ismea rivela comunque un’Italia agricola che impegna 1,2 milioni di ettari nella produzione ortofrutticola nazionale. Di questi, circa 39 mila ettari (pari al 3%) sono destinati alla produzione di ortaggi in serra. Il 34% è dedicato alla frutta fresca, un altro 34% alla produzione di ortaggi a campo aperto, il 12% agli agrumi, il 10% alla produzione dei legumi secchi, il 4% alle piante da tubero e il 3% all’uva da tavola.

    L’immagine è dunque quella di un settore in crescita e che ha saputo tener duro anche durante l’emergenza sanitaria: nel 2020, infatti, sono stati prodotti complessivamente 24 milioni di tonnellate di ortofrutta, con un incremento dell’1,4% rispetto al 2019 e una flessione del 2% rispetto al 2015.
    Sempre nel 2020, tra l’altro, la bilancia commerciale ortofrutticola, nel suo complesso, ha avuto un saldo attivo di 2,6 miliardi di euro (+27% sul 2019; +15% sul 2015) con un incremento dell’export sul 2019, del 4%, per un valore di 8,9 miliardi di euro, e una riduzione del 3% dell’import (che ha un giro d’affari di 6,3 miliardi di euro). Se si guarda l’ultimo quinquennio, però, le importazioni sono cresciute dell’8%.
    Per quanto riguarda l’export, rallentano la crescita frutta in guscio e agrumi che hanno perso quote sul mercato internazionale, rispettivamente del 9 e del 1,8%, in confronto al 2019.

    Un dato interessante è poi quello relativo al sistema organizzativo. Se normalmente le aziende piccole producono poco, secondo i dati Ismea, in ortofrutta questo parametro risulta ribaltato: il 43% dell’output standard, infatti, si deve ad aziende di 5-20 ettari, che contribuiscono significativamente alla produzione dell’intero settore.
    Positivi anche i dati provenienti dal settore biologico. Secondo lo studio Ismea, la superficie coltivata a ortofrutta biologica in Italia è di circa 194mila ettari, pari al 17% del totale. In termini di superfici bio, la frutta a guscio e gli agrumi sono le categorie con maggiore incidenza, attestandosi rispettivamente al 37% e al 26%, contro l’11% di ortaggi e patate BIO e il 14% di frutta fresca BIO.

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    Complessivamente, negli ultimi cinque anni, l’ortofrutta è cresciuta del 41,2% nel settore biologico. Seguono la frutta in guscio (+37,9%) e la frutta fresca (+37,2%). Trend positivo anche quello registrato per gli agrumi, seppur in misura minore, con un +8,3% negli ultimi cinque anni e una spinta del +3,2% tra il 2019 e il 2020.

    In definitiva, appare evidente come l’ortofrutta italiana possa rappresentare una vera e propria miniera d’oro non solo per i consumatori che godono di prodotti di qualità, ma anche per i principali attori della filiera. Eppure, come riportato, agli agricoltori - principali protagonisti del comparto - restano soltanto le briciole.
    Di qui il messaggio lanciato da Cia-Agricoltori Italiani: “Serve un patto di sistema equo, moderno, efficiente e che risponda alle sfide economiche e ambientali legate al Green Deal europeo che richiedono sempre maggiori standard di sostenibilità”.

    “Le strategie attraverso cui la produzione agricola può recuperare o riuscire a trattenere una quota maggiore di valore aggiunto - ha detto il presidente del Gie ortofrutta di Cia, Antonio Dosi - passano per aggregazione, azioni di promozione unitarie, sviluppo dell’economia contrattuale, contrasto alle pratiche commerciali sleali, operatività piena dell’interprofessione”. Ma, accanto a questo, è necessario incoraggiare “un patto fra gli attori della catena ortofrutticola e collaborare per eliminare inefficienze, aumentare la competitività del settore e ridurre gli squilibri”.

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    Ilaria De Marinis
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