Colture

    Lunedì, 14 Settembre 2020 12:59

    Mal secco degli agrumi, in Sicilia si corre ai ripari

    Al via in Sicilia la lotta per contrastare il mal secco degli agrumi. Qualche giorno fa l’assessorato all’Agricoltura della Regione ha emanato le misure fitosanitarie obbligatorie atte a contenere la diffusione, sul territorio regionale, di organismi nocivi per le produzioni.

    L’obiettivo è contrastare la diffusione del fungo che da mesi ormai rischia di mettere in ginocchio numerose aziende del comparto agrumicolo siciliano.

    In particolare, per le aree gravemente contaminate e segnate da danni rilevanti, gli interventi obbligatori da adottare prevedono:
    - potatura di risanamento;
    - estirpazione e bruciatura dei ceppi infetti;
    - disinfezione delle ferite provocate da agenti atmosferici avversi;
    - protezione con reti di copertura;
    - trattamenti alla chioma delle piante.

    Il Servizio fitosanitario regionale vigilerà, inoltre, affinché vengano rispettate tutte le prescrizioni emanate, applicando in caso di inosservanza le sanzioni amministrative previste per legge. Nei casi di agrumeti caratterizzati da grave e diffusa sintomatologia, in concomitanza con un evidente stato di abbandono, sarà inoltre possibile ordinare l’estirpazione dell’intero impianto o di parte di esso.

    Non solo: secondo quanto dichiarato dall’assessore siculo Edgardo Bandiera, i soggetti inadempienti, qualora beneficiari di una misura di sostegno alla produzione, verranno segnalati agli enti preposti all’erogazione dei contributi comunitari per le valutazioni di competenza.

    L’introduzione delle misure fitosanitarie obbligatorie è il risultato di una serie di incontri che, dallo scorso luglio, si sono susseguiti al fine di elaborare un efficace piano di difesa contro l’epidemia di mal secco che ha funestato gli agrumeti siciliani, colpendo in particolare l’eccellenza del Limone di Siracusa IGP.

     

    La situazione in Sicilia
    A essere colpite sono state soprattutto le varietà qualitativamente migliori. Un dato preoccupante, specie se si considera l’andamento generale dell’agrumicoltura in Sicilia. Sono tanti, infatti, gli agricoltori siciliani che da un po’ hanno deciso di puntare esclusivamente sulla limonicoltura, settore in forte crescita negli ultimi anni anche grazie ai riconoscimenti IGP e ad alcuni accordi con l’agroindustria che hanno dato nuova linfa.
    La regione sicula, d’altronde, occupa un posto di rilievo nella produzione mondiale degli agrumi, detenendo quasi il 2% della produzione, che diventa 60% su scala nazionale. La superficie agrumicola siciliana si ripartisce per lo più tra le colture dell’arancio (68,0%) e del limone (22,7%).

    Con 13.670 ettari coltivati a limone, inoltre, la Sicilia è la regione dove si concentra più del 92% della superficie limonicola italiana, diffusa principalmente negli areali costieri delle province di Siracusa (36%), Catania (23,2%), Messina (20,1%) e Palermo (14,9%).

    Dati fortemente compromessi dall’epidemia di mal secco che ha inevitabilmente incrinato aspettative e guadagni degli agricoltori. Di qui, una serie di iniziative di sostegno al reddito degli imprenditori e incentivi per la ricostituzione di impianti arborei danneggiati da fitopatie. In tal senso si sono anche indirizzate le operazioni di contrasto alla malattia, al fine di evitare la formazione di focolai di diffusione.

     

    Il mal secco degli agrumi
    Il mal secco degli agrumi, nome scientifico Phoma tracheiphila, è una grave malattia fungina che attacca principalmente il limone, il cedro e il bergamotto. Questa malattia crittogamica può svilupparsi in due modi diversi, a seconda delle tempistiche d’azione. Può infatti avere un decorso lento, attaccando la chioma dell’albero e provocando l’emissione di numerosi polloni. Oppure può agire più rapidamente, colpendo la radice della pianta o la base del tronco. Questa seconda modalità è detta mal fulminante, poiché prevede la morte della pianta nel giro di pochi giorni.

     

    Sintomi e caratteristiche dell’infezione
    I primi sintomi si manifestano sulle foglie apicali che mostrano decolorazioni e ingiallimenti soprattutto in corrispondenza delle nervature. A questo seguono la caduta delle foglie e il disseccamento dei rametti. In questa fase, l’interno di rami malati presenta inoltre una caratteristica colorazione giallo-arancio che diviene poi rossastra e nera nelle fasi finali della malattia. Questo si deve alla reazione innescata dalla pianta in risposta all’invasione dei vasi legnosi e alla produzione di metaboliti da parte dell’agente patogeno.

    Nel caso di infezioni della sola parte area, le radici restano sane. Le piante colpite reagiscono producendo nuove foglie, sebbene - nella maggior parte dei casi - riescano a sopravvivere ancora pochi anni. Al contrario, l’infezione che interessa le radici ha uno sviluppo molto più rapido: la pianta avvizzisce e tutta la chioma secca. In questo caso la malattia porta alla morte dell’albero in breve tempo.

    Alla fine si ha comunque il disseccamento della pianta, con andamento dall’alto verso il basso a partire dai germogli apicali. Spesso, infatti, può accadere che la pianta appaia defogliata e secca in alto, ma ancora ricca di foglie verdi nella parte basale e perfino di nuovi polloni, emessi dall’esemplare nel tentativo di contrastare la perdita vitale all’apice.

    Anche se la malattia si propaga attraverso i conidi che penetrano tramite le ferite in concomitanza di fasi umide e piovose (quindi nel periodo compreso tra ottobre e febbraio), l’infezione si manifesta principalmente in primavera, al momento della ripresa vegetativa. Il fungo si insedia, infatti, nei vasi legnosi, provocando la caratteristica sindrome delle tracheomicosi. Più raramente può interessare le piante impegnate nello sforzo della fruttificazione, in estate-autunno.

    Questo si deve a condizioni di umidità elevata e temperature comprese tra i 14 e i 25 °C, che favoriscono la differenziazione di specifici elementi di moltiplicazione agamica del micelio, responsabili della diffusione del mal secco sulla corteccia delle parti infette.
    Solitamente gli elementi infettanti sono trasportati dal vento e, una volta arrivati sulla pianta, determinano l’infezione primaria che si verifica tra ottobre e novembre, per proseguire fino a gennaio-febbraio. La diffusione è, inoltre, agevolata dal fatto che in questo periodo la pianta, svolgendo un’attività ridotta, non oppone molta resistenza agli attacchi del fungo.

    Una maggiore suscettibilità alla malattia si ha poi in caso di lesioni radicali, provocate da lavorazioni troppo profonde del terreno, anch’esse solitamente effettuate nel periodo autunno-invernale. Periodo in cui forti grandinate o fredde temperature causano, inoltre, lesioni della chioma, anch’esse veicolo di infezione.

     

    Come contrastarlo
    Contrastare il mal secco degli agrumi è complesso. Per questo, è necessario lavorare al fine di ridurre la possibilità di infezione nei momenti di maggior rischio per la pianta. Attraverso una serie di buone pratiche agronomiche è dunque possibile prevenire la malattia.

    In particolare, è consigliabile:
    • estirpare le ceppaie di piante infette;
    • tagliare e bruciare i rami infetti (il taglio va effettuato almeno 30 cm al di sotto della parte secca, avendo cura di disinfettare gli attrezzi utilizzati e di proteggere le superfici di taglio con appositi mastici);
    • evitare le lavorazioni al terreno da metà autunno a primavera avanzata;
    • non innestare le piante infette;
    • adottare idonee misure per la protezione del limoneto (copertura con reti, con incannucciati o altro) dal tardo autunno fino a primavera inoltrata, periodi nei quali è più alto il rischio che si verifichino grandinate, gelate, forti venti, e comunque più elevata è la possibilità di infezioni da mal secco;
    • eseguire le operazioni di potatura preferibilmente nella tarda primavera ed eliminare i polloni che si sviluppano al di sotto del punto d’innesto;
    • non eccedere nelle concimazioni azotate.

    Un agrumeto adulto a rischio di mal secco può, inoltre, essere salvato con una prevenzione a base di prodotti consentiti anche in agricoltura biologica. Nello specifico, è possibile irrorare a cadenza mensile prodotti a base di sali di rame, come la poltiglia bordolese, gli idrossidi e gli ossicloruri di rame.


    Ilaria De Marinis
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